Non fossimo ciechi non ci saremmo visti

0
4130

Domenica ho sognato a occhi aperti, perché i sogni più belli si fanno di giorno.
Alcuni dei miei pupilli, per la precisione tre, sono venuti a trovarmi e a regalarmi la loro energia durante una giornata di allenamento a Fiano Romano.
Ho sempre pensato che lo sport fosse l’arma migliore per parlare di me e comunicare agli altri che si può sorridere anche senza vedere.
Allora eccoli scatenati vicino al lago mentre mi preparavo per l’allenamento: sentivo le farfalle nello stomaco prima di sciare e loro mi hanno regalato anche questa sensazione magica. Era da tempo che sognavo di riunire alcune di queste vite così stupendamente complicate: seduto sul molo coi piedi già in acqua sento la barca che si allontana per partire e con lei avverto le loro voci che scherzano ed esplorano con le dita un mondo tutto nuovo. Ho dato il massimo in quella sciata, come se avessero potuto vedermi perché, dalla vita e dal sottoscritto, si meritano il meglio possibile.
Una volta sulla terra ferma sono stato bombardato da mille domande, tanto da pensare: “ma non potevano essere muti piuttosto che non vedere?”
Poi penso a quando avevo io la loro età. Ubriacavo di domande chiunque avessi sotto tiro: “com’è fatto questo, perché? Perché è fatto così e non cosà?”
Il vero spettacolo sono loro, con quelle mani così profonde, fatte per esplorare senza perdersi nemmeno un dettaglio di ciò che li circonda; accanto le famiglie a confronto: uno scambio dal valore inestimabile di pezzi di vita vissuta, condivisioni delle differenti scelte di ognuno di loro: c’è chi ama stare con chi non vede, chi fa il contrario e chi sta nel mezzo. C’è chi ride della propria condizione e chi ancora fa un po’ di fatica a farlo.
Io li guardo, li osservo, li ascolto, li sento: vorrei dare loro le risposte risolutive, quelle che ti tengono lontano dal pericolo di incanalare verso il negativo l’energia che una limitazione del genere ti offre. Poi scavo dentro me stesso e penso che l’unica cosa da dare è la mia consapevolezza. Non posso proteggerli da ogni gradino, lago od ostacolo. Posso però portare il mio sorriso e renderlo più contagioso possibile. Perché solamente sorridendo ci si abitua a farlo. So bene che durante il loro cammino piangeranno tanto come ho fatto io del resto. Quante notti in lacrime perché nella mia classe ero l’unico che non poteva vedere, che duro accettare di non avere la patente nonostante avessi pure tre ore omaggio all’Autoscuola Roma; che senzo d’ingiustizia non poter portare a casa (e magari a letto) quella ragazza conosciuta in discoteca che sceglieva un altro al posto mio.
Non serve evitare tutto questo perché è giusto viverlo, passarci attraverso per uscirne ancora più forti, consapevoli che l’accettazione di se stessi più che delle situazioni che ti capitano è la strada che porta alla felicità. A proposito di felicità la mia è immensa, non si riesce a misurare la soddisfazione che ha inondato ogni parte di me e di ciò che mi sta intorno. Questa per me è la reale trasformazione di una vittoria in un successo: che senso hanno le medaglie se non sono condivise? Ognuno attribuisce il ruolo che crede a un successo, io ho scelto di farne uno stupendo pretesto per abbracciare questi bimbi da urlo e le loro famiglie. Come se non bastasse, dopo una scorpacciata di energia così alta e così benefica, pensavo di fronte al lago, nella quiete dopo la tempesta, che senza i miei genitori, senza lo sport e soprattutto se avessi avuto la vista, non avrei mai conosciuto persone così speciali dai contenuti così preziosi.