La solidarietà nelle mani della Varese più bella

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“Io mi sento solo quando sono fuori di qui. Mia moglie è morta vent’anni fa.
Ho un figlio e una figlia sposati. Stasera come ormai da un po’ di anni ho detto ad entrambi che preferivo andare a dormire. Invece, vengo all’Oratorio di Giubiano insieme ai barboni, a chi non se la passa bene e ai volontari che fanno da mangiare e servono ai tavoli. Un paio d’ore che fanno star bene me e anche i miei figli che così non devono fare i conti sul chi tocca ad ospitarmi a Natale e nell’ultima sera dell’anno. Si può sentirsi soli anche avendo due figli, dei nipoti, una pensione dignitosa e un tetto sulla testa”.
Chiamiamolo Mario. E’ uno dei partecipanti alla cena solidale di fine anno organizzata all’Oratorio di Giubiano da un gruppo di amici della Varese più bella.
“Abbiamo iniziato nove anni fa – racconta la ‘capo squadra’ Luisa Oprandi – L’idea era quella di donare una serata a persone disagiate servendo loro un pasto caldo. Trovammo immediata disponibilità nella Parrocchia di Giubiano per quanto riguarda il locale e via via di giovani e meno giovani volontari per cucinare e servire. Fin dalla prima volta capimmo che l’idea era destinata a crescere ed allargarsi. Tra i primi ad arrivare fu un extra comunitario di poco meno di trent’anni che in quella sera trovò per la prima volta in vita sua l’occasione di festeggiare il suo compleanno”.
A distanza di nove anni l’idea è diventata grande e il passaparola ha lasciato il posto ad una macchina organizzativa che si mette in moto un paio di mesi prima per definire chi fa cosa.
“La partecipazione sempre più numerosa e variegata ci ha convinti ad organizzarci al meglio anticipando posti e menù alle diverse realtà del sociale ed ai centri di assistenza del territorio che trasmettono le informazioni e raccolgono le adesioni. Inoltre possiamo sempre contare sull’appoggio dei media varesini e utilizziamo un indirizzo email – cenasolidalevarese@gmail.com – diventato punto di riferimento anche per molti privati che aderiscono anche solo donando vestiario o altri generi di prima necessità”.
Ma nella serata che ha introdotto l’anno nuovo, nel salone un tempo glorioso teatro e cinema dell’Oratorio di Giubiano, c’è stato molto altro altro. Persone che hanno fatto squadra anche solo per esserci. Senza pensare se chi è lì messo male è per colpa sua o per sfortuna. Ognuno con il suo colore, la sua fede, la sua lingua e chi tra casa e ristorante ha scelto di ritrovarsi qui. Qui dove fin dalla prima volta c’è Piero, orgogliosamente “casbenatt” e per età il barbone varesino numero 1.
Fargli fare una doccia è stata un’impresa. Puntuale il suo borbottio per l’acqua non bollente. Rivestirlo, ripartendo da intimo accettabile, altrettanto dura perchè Piero, d’inverno, è il testimonial più credibile in assoluto del vestirsi a “cipolla”.
I volontari gli diminuiscono il numero di maglie e maglioni aumentandone la pulizia e la qualità. Un campione nel suo campo come Piero merita più dello spolverino che non vuol saperne di mollare. Gli do una giacca a vento indossata a suo tempo da un grande atleta medaglia d’oro del canottaggio alle Paralimpiadi di Pechino 2008.
Un regalo importante per me ma molto più caldo per lui.
“Uelà! – mi dice Piero – chesta chi a lè roba bela! Grazie, grazie”.
Piero prende la giacca e se la mette tra le gambe alternando l’uso di una sola mano per volta perchè il buon risotto caldo l’ha già mangiato ma il pezzo di pane che non appoggia sul tavolo neanche un secondo è ancora tutto da gustare.
Di fronte a Piero c’è un ragazzo che non ci toglie lo sguardo. Sulla fronte ha una scritta al neon virtuale: “e a me?”
La taglia è la stessa, corposa, di Piero. Un giaccone c’è ancora, accessorio di una bella storia di sport: quella dell’Handicap Sport Varese.
Gli chiedo come si chiama. Mi risponde senza spostare gli occhi da quello che ho in mano. Non capisco il nome ma facile da capire è cosa gli serve.
A lui il giaccone, a me la sua stretta di mano e il suo sorriso da orecchio a orecchio. La festa continua. La mia incontrando e salutando belle persone della Varese più bella che non smettono di arrivare mentre esco per raggiungere gli amici con i quali la festa sarà ancora più bella per il prologo che l’ha preceduta.
Con Piero ci siamo salutati scambiandoci solo uno sguardo.
Le mani, con rughe e unghie che raccontano la sua storia, le aveva impegnate…
“…venderò la mia sconfitta
a chi ha bisogno
di sentirsi forte
e come un quadro che sta in soffitta
gli parlerò della mia cattiva sorte…”