Gianni Garbin: “Curva dopo curva per cancellare il nero”

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L’argomento del giorno in casa Garbin è da sempre lo sci. Presidente dello Sci Club Recoaro per quarant’anni, papà Oscar aveva trasformato casa sua nella sede del Club, riunendo il consiglio, affrontando e risolvendo gli inevitabili problemi, programmando attività, eventi e iniziative.

Mamma Luciana si adeguava di buon grado, travolta dalla passione per lo sport del marito, autentica stella polare per gli appassionati di sci  dell’intero territorio. Gianni, il piccolino di casa, ha solo cinque anni (il fratello Franco uno di più) ma il suo destino non può essere che accessoriato di scarponi, bastoncini e sci, anche perchè in quegli anni l’inverno era altra cosa e le piste innevate gli permettevano di scendere fin sulla porta di casa. Per lui, iniziare è stato facile forse perchè intriso delle lezioni e degli esempi che ha respirato già da un passo fuori dalla sala parto. Prime gare, prime delusioni e prime gioie ma niente e nessuno condiziona il legame con gli sci che Gianni alimenta volando sulla neve, respirando aria buona, ammirando scenari unici. Di soldi in casa Garbin ne girano abbastanza per vivere dignitosamente ma non per coltivare sogni di gloria.

“A sedici anni ho trascorso la mia prima estate da barista allo Stelvio – racconta Gianni – Con il lavoro al ‘Pirovano’ avevo trovato la possibilità di unire l’utile ad dilettevole, guadagnando qualcosa e allo stesso tempo, facendo il turno pomeriggio-sera avevo tutte le mattine libere per sciare. Terminati gli studi sono partito per il servizio di leva nella Scuola militare alpina di Courmayeur, ottenendo poi il diploma di maestro di sci che mi ha aprì le porte al mondo perchè da quel momento iniziai a girare per scuole e montagne. Da Madonna di Campiglio ad Andalo, fino a prendere virtualmente il testimone del mio papà diventando direttore dello Sci Club di Recoaro, poi di Bosco Chiesanuova e infine a Folgaria dove sono arrivato guardato un po’ di traverso in quanto ‘straniero’ ma in breve tempo ben voluto da tutti, tanto da diventare direttore della scuola locale”. 

Trent’anni di insegnamento, esperienze, incontri e amicizie, incastonati con due meravigliose perle generate da sua moglie Oriana di nome Ilaria e Noemi. 

“Mi sentivo padrone del mondo – riattacca Gianni – avevo una splendida famiglia e facevo il lavoro che avevo sempre sognato, anche in estate, allo Stelvio, dove avevo iniziato a lavorare conquistarmi ciò che stavo vivendo.
Ed è proprio il pensiero per la famiglia che mi convinse a riavvicinarmi a casa almeno d’estate. Lasciai lo Stelvio e presi in gestione prima un rifugio estivo nelle piccole Dolomiti sopra Recoaro per tre anni e poi, sempre nel mio paese famoso per le sue terme, due alberghi per sei anni. Ma la mia voglia di cambiamento era sempre sotto la cenere pronta a riaccendersi. In una delle tante serate con gli amici nacque l’idea di formare una cooperativa per svolgere lavori di ripristino ambientale in quegli anni molto richiesti. Detto fatto. Cominciai la mia nuova avventura con grande entusiasmo tra reti paramassi e barriere paravalanghe. Una mattina come tante altre, per uno di questi lavori salii per primo una piccola parete rocciosa per preparare gli ancoraggi a chi doveva lavorare con me”.

Nel 2006, a 48 anni la vita di Gianni cambiò in un attimo.  La caduta, la corsa in ospedale e la sentenza: mai più in piedi.

“La botta fu grande – ricorda Gianni – ma la consapevolezza di quanto mi era accaduto non fu immediata. Da tante certezze ero finito in un mare di confusione. Oltre al resto, avevo un polmone perforato da una costola ma i medici non se n’erano accorti e le mie condizioni peggioravano al punto che decisero di operarmi per non lasciare nulla di intentato nel salvarmi la vita. Rimasi in rianimazione per un paio di settimane e poi, probabilmente solo grazie alla mia ottima condizione fisica generale, mi risvegliai. Solo in quel momento, una volta trasferito nel reparto di riabilitazione, mi resi conto che non avrei più potuto camminare. Il dolore più grande. Credevo di impazzire”.

Del tanto colore visto e apprezzato nella sua vita a Gianni era rimasto solo il nero. Ogni proposta la scartava a priori. “Io sono solo capace di far curve sugli sci”, ripeteva a chiunque gli apriva nuovi spiragli e opportunità per ricominciare a vivere. Conoscendolo, qualcuno allora gli parlò di sci, da seduto.

“Sciare da seduti! – ripensa a voce alta Gianni – Mi sembrava una presa in giro o meglio, un qualcosa per poveretti. Niente che potesse restituirmi le sensazioni e le emozioni vissute per tanti anni. Anche quel pensiero sprofondò in quella camera colorata di nero che mi sembrava ogni giorno più buia”.

A riaccendere la luce in quella camera fu un tecnico dell’Inail arrivato a prendere le misure necessarie per fornire a Gianni una carrozzina. “Ma tu non sei maestro di sci? – dice il tipo – E allora perchè non partecipi al nostro corso di monosci? Dura tre giorni. Per uno come te è una passeggiata”. Ancora una volta la passione per lo sci sprigionò la scintilla giusta nel nero che circondava la vita di Gianni nell’unità spinale dell’ospedale di Vicenza.

Gianni Garbin e Pietro Trozzi

“Ma si, dissi tra me e me – riprende Gianni – perchè no? Proviamo anche questa. La spinta decisiva me la diede la dott.ssa Feliciana Cortese firmandomi senza esitazione un permesso speciale. Pochi giorni dopo ero sul piazzale delle piste di Sestola.
Risentivo l’odore della neve, ritoccavo la neve, risentivo il rumore della neve. Ero in uno stato di trance. Una volta sistematomi non senza fatica nel guscio avevo ben chiaro in testa cosa dovevo fare, sapevo cosa dovevo fare per sciare, l’avevo sempre saputo e insegnato agli altri. Però, il resto del corpo non mi ascoltava.
Quell’approccio sconvolgente aveva ricolorato tutto di nero e come se non bastasse avevo di fronte un certo Nicola Busata che mi urlava di tutto correggendomi anche il respiro. Ed io ad ogni respiro cadevo. Mi sfinivo per rialzarmi e cadevo. La testa c’era ma l’unica a darle retta era la mia determinazione. Del monosci avevo capito poco ma la scintilla era già diventata il fuoco che avevo dentro da sempre. L’inverno successivo mi ripresentai allo stesso corso, organizzato a Madesimo, dove ritrovai lo stesso maledetto maestro e il team della sua associazione Freerider Sport Events. Nicola era lo stesso diretto e ruvido che avevo conosciuto. Io ero cambiato. Ricordo ogni  momento.
Ero ben in equilibrio, in cima alla pista piccola. Cominciai a muovermi, denti stretti e nessuna parte del corpo rilassata. Arrivai in fondo senza cadere, fermandomi come dovevo e dove volevo. Il cuore mi scoppiava di gioia e dagli occhi uscì un pianto liberatorio quanto interminabile. Ce l’avevo fatta! Mi ero ripreso quello che avevo
sempre sognato e voluto, la mia passione, la mia vita.
Avevo fatto pace con il mondo, in primis con quel Nicola Busata che mi aspettava sorridente in fondo a quel piccolo tratto in discesa e con il quale mi abbracciai iniziando la straordinaria storia d’amore e d’amicizia con la Freerider Sport Events dove tra tante belle persone ho trovato fratelli come Paolo Panzarasa, Pietro Trozzi, Paolo Tontodonati, Luca ‘Kino’ Maraffio e Matteo Sacchi”.

Curva dopo curva, il piccolo grande Gianni è divento nonno e da maestro nel team Freerider ha visto e sta vedendo in ogni Ski Tour decine di giovani che hanno vissuto e stanno vivendo il dolore, lo smarrimento e quel nero che lui conosce bene.

“La cosa più bella dell’insegnare a sciare da seduti è proprio questa. All’arrivo degli allievi  vedo sui loro volti le mie paure, i miei dubbi, a mia incazzatura con la vita e il mondo intero. Poi bastano due giorni per vedere volti diversi, sui quali vedo le mie emozioni ritrovate e nel momento dei saluti ritrovo quegli abbracci come quello con Nicola al termine della mia prima discesa, quello che segnò la ripresa del comando, della vita.
Una vita che anche da seduto sa donare tante possibilità per poterla vivere fino in fondo”.

Passione, volontà, determinazione, amicizia, gioia di vivere. Colonne portanti sulle fondamenta della famiglia.

Gianni e Noemi Garbin

“La famiglia è fondamentale. Quando sono caduto da quella parete se mia moglie mi avesse dato un calcio dove non voglio dire avrebbe avuto tutte le ragioni per farlo perchè in più di un’occasione nei suoi confronti non era stato un santo. Invece, Oriana non mi ha mollato un attimo, pur dovendosi comunque occupare di Ilaria, di Noemi e della nostra casa. A volte è preoccupata perchè sono sempre in giro ma è felice e serena perchè vede quanto sto bene nel mondo che amo. Abbiamo due figlie meravigliose e una splendida nipotina. Siamo una squadra fantastica che insieme alla Freerider mi riempie la vita di gioie, emozioni e mille colori, nero escluso”.