“Grazie Freerider. Ma si, ce la faremo!”

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La tappa dello Ski Tour Freerider Sport Events all’Abetone, in Val di Luce, organizzata dal Gruppo Sportivo Unità Spinale Firenze, non delude mai. Il via giovedì mattina, preceduto da una nevicata notturna, nella nebbia e nel gelo, con un velo di tristezza per le notizie che arrivavano da poche centinaia di chilometri di distanza dove la neve, al contrario di quanto succede allo ski tour, ha portato disperazione e dolore. Venerdì e sabato gli impianti della Val di Luce si sono invece presentati nella loro veste migliore, con il bianco della neve e il blu del cielo illuminati dal sole. Sulla pista i 16 partecipanti guidati dallo staff tecnico della Freerider coordinato da Nicola Busata, composto dai dimostratori seduti Pietro Trozzi, Paolo Tontodonati, Gianni Garbin, Matteo Sacchi insieme a Paolo Panzarasa, Pino Mucci e Davide Fumagalli, come sempre affiancati dagli operatori del Centro Addestramento Alpino di Moena della Polizia di Stato e supportati dal Team Teleflex.
“Quella di quest’anno è l’undicesima edizione della nostra tre giorni in monosci in collaborazione con la Freerider – racconta Massimiliano Banci (nelle foto), presidente del Gruppo Sportivo Unità Spinale Firenze fondato nel 2006 – Io sciavo già prima dell’incidente che nel 2005 mi mise a sedere in carrozzina. Scoperta l’opportunità del monosci e superato il disagio iniziale per il freddo e per la sistemazione nel guscio, ho piano piano ritrovato le stesse sensazioni di quando sciavo in piedi”.
Oltre allo sci sei stato a lungo tra 300 migliori giocatori del mondo di tennis in carrozzina. A che punto siamo con la promozione dello sport paralimpico?
“Mah, dal 2006 in Italia qualcosa è certamente cambiata e in meglio ma rispetto ad altri Paesi restiamo comunque indietro. Da parte delle Istituzioni e delle aziende ospedaliere serve molto più impegno nel seminare e coltivare una vera e propria cultura in grado di superare la barriera ancora oggi più resistenze costituite prima do ogni altra cosa dalla volontà. E’ triste verificare ancora oggi la scarsa risposta, rispetto ai numeri, dei pazienti delle Unità Spinali di come ogni altra persona con una disabilità neuromotoria alle proposte e alle opportunità per avvicinarsi alla pratica sportiva.
All’Unità Spinale di Firenze abbiamo ricavato un piccola palestra per imparare alcune discipline, oltre ad aver instaurato collaborazioni esterne, come quella con Freerider, o con realtà del territorio. Però il problema resta. Si tratta di iniziative del singolo, non dettate da una cultura sportiva generale. La Freerider è uno degli esempi più evidenti. In quindici anni di impegno nel promuovere il monosci Nicola e lo staff che ha saputo comporre hanno portato sulla neve oltre mille persone con ogni disabilità ma solo perché ci hanno messo e ci mettono anima, passione, professionalità, superando resistenze e barriere”.
Cosa arriva ai pazienti della rete o presunta tale tra le Unità Spinali in Italia e all’estero?
“Ti sei già risposto dicendo ‘presunta tale’. Ammesso che esista, forse qualcosa c’è, a noi arriva poco o niente e se arriva è perché ce la siamo andati a cercare. Quando ti ritrovi dalla sera alla mattina a dover vivere una vita totalmente diverse cosa ti può dare lo stimolo a ripartire? Ad oggi ancora il passaparola e lo scambio d’informazioni tra le persone e prevalentemente proprio nello sport. Le Unità Spinali ti rimettono davanti all’uscita e quando la porta è alle tue spalle tutto dipende in gran parte da te”.
Qual è la cosa più bella capitata da quando è nato il Gruppo Sportivo Unità Spinale Firenze?
“La cosa più bella, la nostra gratificazione e al tempo stesso unica ‘retribuzione’, capita ogni volta che un ragazzo risponde alla nostra proposta di avvicinarsi allo sport per poi continuare insieme a noi o per conto suo. Per un ulteriore salto di qualità del nostro Gruppo Sportivo come di ogni altra realtà come la nostra, agonistica o ludica, prima di ogni recriminazione e richiesta è indispensabile la volontà delle stesse persone con disabilità.
Per tutto il territorio fiorentino siamo una realtà molto grande, in grado di offrire ogni opportunità sportiva. L’unica cosa che ancora ci manca è una partecipazione almeno significativa in proporzione ai numeri. Dobbiamo essere protagonisti, non comparse. Dobbiamo essere noi i primi a non farci strumentalizzare da altri per chiedere fondi o privilegi. In quanto persone, dobbiamo, proporci, informarci e informare per ottenere, sforzandoci di cambiare la pratica molto italiana di pretendere in quanto disabili”.
Ce la farete?
“Noi lo facciamo da undici anni. In ogni angolo d’Italia c’è chi lo fa da molto prima come la Freerider che come noi continua a farlo. Ci mangiamo il fegato, gioiamo per ogni piccola conquista, prendiamo sberle, delusioni ma si, ce la faremo!”.