Eccolo qui il mondo che amo!

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Terzo giorno a Rio, primo pomeriggio con il cielo azzurro e lontano dalle Paralimpiadi per vedere e toccare due spiagge leggendarie, simbolo del Brasile: Copacabana e Ipanema, più legate alla musica e alla cultura che allo sport. Arrivarci nella giornata di festa nazionale che celebra l’indipendenza del Brasile (1822) è il sistema migliore per vedere entrambe strapiene di gente. Tra qualche giorno, sul lungomare di Copacabana (ma che bello l’incontro con il triathleta Giovanni Achenza ed il suo fans club arrivato dalla Sardegna!) saranno protagonisti i nostri azzurri del triathlon, del ciclismo e dell’handbike ma oggi l’obiettivo è un altro. Una foto particolare, sulla confinante Ipanema, con il monumento, oggi purtroppo solo metallico, della bossa nova: “O Maestro” Antônio Carlos Brasileiro de Almeida, conosciuto nel mondo intero come Jobim. A lui e ad un altro maestro come Vinicius de Moraes si deve, oltre al resto, “Garota de Ipanema”. Una via di mezzo tra realtà e leggenda narra che la canzone fu scritta dai due seduti ad un tavolino di un bar di Ipanema vedendo spesso passare una bella ragazza, la quindicenne Heloísa Eneida Menezes Pais Pinto. Ora, da queste parti c’è la gara tra i proprietari di bar nel dire che il locale dove tutto nacque è il suo. Come se non bastasse, a sentire un buon numero di vecchietti di Ipanema, che naturalmente giurano di esser stati tutti con Jobim un giorno si ed uno pure, pare che i due ogni giorno dell’anno e con ogni temperatura amassero trascorrere giornate e nottate sorseggiando alcolici. Morale, ognuno è libero di ricordare o credere quello che vuole ma essendo oggi la “garota” in questione, una splendida settantenne ex attrice e modella, rimasta l’unica testimone attendibile e per me non rintracciabile, l’obiettivo diventava “la foto con Jobìm”, prova provata di esser stato da ste parti e la foto c’è! Per quanto belle, le due baie, oltre che dal lontano Cristo Redentore sul Corcovado sono dominate dalla collina anche dalla favela di Vidigal, inaccessibile per chiunque che non sia Rambo, alla quale ufficialmente vengono assegnati 20.000 abitanti ma in realtà si pensa che tra vicoli dov’è difficile anche solo respirare e improbabili scalette ci vivano in almeno 60.000. Ma traffico e fuso non ancora digerito, oltre alle distanze assurde di una metropoli infinita e piena di “sorprese”, fanno si che ci sia poco da perdersi nella storia e nel romanticismo. L’indipendence day brasiliano coincide con la cerimonia di apertura delle prime Paralimpiadi sudamericane allestita sul terreno culto del calcio mondiale, quello del nuovo Maracanà abbattuto e ricostruito nel 2013 ma molto meno capiente del vecchio che conteneva fino a 200.00 persone (oggi meno di 80.000). Tempo per arrivarci da casa (si fa per dire…) 25’. Tempo per arrivarci in taxi, nel traffico, tre volte di più! Trovata con difficoltà l’entrata giusta ma che non corrisponde al biglietto legato all’accredito stampa, se non dai il meglio dell’italianità un posto te lo puoi scordare. Con fare deciso si passa il primo controllo con due volontari attaccati al gilet!
Al secondo controllo uno cede, l’altro resiste, al terzo e ultimo anche il secondo molla e un cinque stile NBA chiude la sfida a mio favore. Son dentro, in un posto dove non dovrei essere e dove non si potrebbe far fotografia. Nello stesso posto, arrivato con le stesse modalità, il mio amico nonché tra i preparatori della squadra paralimpica di handbike Fabrizio Tacchino, già mio compagno d’avventura a Pechino 2008 e a Londra 2012, doppiamente felice: per la conquista del posto e perché da queste parti, contrariamente a quanto succede in Usa per il giorno del ringraziamento, in occasione di ricorrenze importanti il tacchino non se lo fila nessuno. A posto, ci siamo. La cerimonia inizia puntualmente in ritardo, niente a che vedere con Londra 2012 ma comunque ricca di significati. Momenti da lacrima due. Prima lacrima è l’entrata dell’Italia nello stadio guidata dalla portabandiera Martina Caironi. Tra gli azzurri le persone care sono tante e tra loro c’è la stella della scherma paralimpica Bebe Vio. Bebe è sottobraccio ad un suo compagno due volte, nell’associazione Art4Sport e in Nazionale, Emanuele Lambertini. Ad un tratto salta fuori un tricolore che Bebe stende ben visibile al mondo con scritto “Auguri mami e papi” e un cuoricino. Si perché oltre all’indipendenza del Brasile e al giorno di apertura delle Parlimpiaidi di Rio, il 7 settembre celebra il 25° anniversario dei genitori di Bebe: Teresa e Ruggero. I due Vio sono entrambi in tribuna con gli altri figli Nicolò e Maria Sole. Anche solo immaginare emozione, gioia e commozione di mamma e papà è missione impossibile. Ma non finisce qui. La terzultima frazionista che porta la torcia verso il braciere cammina lentamente sostenendosi con un treppiedi. Insieme alle luci per gli effetti speciali in cielo brilla altro ed il giovane Maracanà è messo in difficoltà da un fortissimo quanto improvviso temporale. I passaggi interni dello stadio diventano ruscelli. Le condizioni della copertura del campo da gioco non sono migliori. L’equilibrio già precario della tedofora peggiora fino a farla cadere.
Nello stadio l’effetto sonoro è quello di un pallone calciato fuori di poco davanti al portiere. E così, come si incoraggia un attaccante dopo un gol mancato per un niente dagli 80.000 del Maracanà nasce un applauso infinito che avvolge l’inattesa protagonista capace di rialzarsi e riprendere il cammino verso la coppia composta da una guida ed un non vedente che l’attendono senza muovere un passo verso di lei.
Al passaggio della torcia riecco l’effetto sonoro del pubblico. Ma stavolta è quello che spacca il cuore e …le ghiandole lacrimali.
Eccolo qui il mondo che amo! Lo amo perché racconta e insegna. E siamo solo all’inizio …