Mario Valentini “salutato” dal ciclismo paralimpico. Un finale dèjà vu

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Mario Valentini non è più il direttore tecnico della Nazionale azzurra di ciclismo paralimpico. L’annuncio del presidente della Federciclismo Cordiano Dagnoni è arrivato qualche settimana dopo la lettera che alcuni atleti paralimpici hanno inviato al Comitato Paralimpico per contestare l’operato di Valentini al timone del paraciclismo dal 1999. Il nuovo corso del ciclismo paralimpico è ora nelle mani di Rino De Candido, ex responsabile tecnico della squadra nazionale juniores, che raccoglie una eredità pesante, con la priorità del reclutamento di nuovi atleti per il necessario ricambio generazionale.

“Mi hanno pugnalato alle spalle”, l’unica replica ufficiale di Valentini tramite il sito “tuttobiciweb.it”. 

Ora, per lui che puntava su Parigi per tagliare il traguardo delle sette paralimpiadi, si parla di un incarico in seno alla Federazione ma in quello che lo stesso Valentini ha definito come l’anno più difficili della sua vita, il dramma di Zanardi e nel febbraio scorso la scomparsa del figlio Mauro, la parola fine scritta da altri sulla sua avventura paralimpica, ricca si di medaglie e titoli ma soprattutto di rapporti umani profondi con staff e atleti, è stato un colpo pesante.

In estate, alla festa del Team Equa dove arrivò per festeggiare la medaglie degli azzurri della società di Ercole Spada in gara a Tokyo: Giovanni Achenza, Fabrizio Cornegliani con il veterano e suo fedelissimo Paolo Cecchetto, Valentini non mancò di sottolineare il legame particolare che lo lega ai suoi atleti più esperti con i quali ha condiviso scelte e ambizioni, una infinita serie di titoli e medaglie, strategie, delusioni e tante, tante emozioni.

“Per vestire la maglia dell’Italia non basta essere grandi atleti – il pensiero di Valentini – così come non contano solo le qualità tecniche per essere funzionali ad un gruppo”.

Ideale condivisi da subito nel suo incontro con Alex Zanardi. Altro rapporto profondo quello con Alex, e proprio per questo causa di un grande dolore nel momento in cui il campione di Castel Maggiore è stato messo fuori causa dal terribile incidente in sella alla sua handbike. 

Valentini seppe gestire magistralmente anche quel “nuovo arrivato” nel ciclismo paralimpico.

Un nome ingombrante per la sua popolarità, mal sopportato dai più, che grazie all’intelligenza di Valentini e dello stesso Zanardi si trasformò da potenziale problema a valore aggiunto. “In un anno ho perso due figli” – il pensiero a voce alta di Valentini – Mauro e Alex stavano ore al telefono, avevano un rapporto fantastico del quale ero e sono orgoglioso”. 

Facendo un salto indietro nel tempo, anche nel giorno della sua nomina a responsabile tecnico del ciclismo paralimpico Valentini festeggiò alla sua maniera.

“Sono entrato come tecnico nella federciclismo nel 1968 – ama ricordare – Nei successivi 30 anni ho dato il mio contributo alla conquista di titoli e medaglie.
Fin dal primo giorno chiesi di poter presenziare alle assemblee perchè ero e sono convinto che nel bagaglio di un tecnico deve necessariamente trovar posto una giusta dose di politica. Quel giorno, nel 1999, chiesi la parola per dire che in mezzo alla platea c’erano tre cretini. Puoi immaginare la reazione generale.
Si, dissi, tra voi ci sono tre cretini che dicono alle mie spalle che quella con i disabili sia la mia giusta collocazione. Bene, vorrei dire ai tre cretini e a tutti voi che conoscere e frequentare persone con disabilità aiuta chiunque ad essere meno cretino e quindi una persona migliore”.

Da quel giorno iniziò la storia paralimpica di Mario Valentini al timone di una squadra costruita e cresciuta con investimenti e programmazione, con un continuo e reciproco scambio di insegnamenti.  

“Nei miei primi trent’anni di rapporti con corridori professionisti mai avevo trovato tanta disponibilità e dedizione. Ogni atleta chiamato a vestire la maglia della nazionale paralimpica ha assorbito la cultura del lavoro e del rispetto delle regole. Ma oltre a questo mi rimarrà nel cuore per sempre la visita che la squadra ha voluto fare al cimitero di Monterotondo dove Mauro riposa, alla vigilia della partenza per Tokyo”. 

Sempre nel corso della serata di festa del Team Equa, Valentini espresse il suo pensiero per quello che avrebbe voluto essere il suo ultimo quadriennio, in realtà triennio olimpico. 

“Dobbiamo prendere esempio dalla Francia – conclude Valentini – la Federazione deve fare in modo che ogni associazione o società sportiva segnali giovani con ogni disabilità fisica potenzialmente funzionali alla causa del ciclismo paralimpico. L’aumento dei numeri porta con se la crescita e la qualità di un movimento.
I nostri ‘vecchietti’ vanno ancora forte ma vantarsi dei risultati di ieri e di oggi senza seminare per un nuovo raccolto rischieremmo un futuro arido”. 

Quale sarà il futuro del paraciclismo lo si vedrà molto presto. Valentini partì da zero, forse anche qualcosa meno. Oggi lascia un settore carico di stima, visibilità, titoli e medaglie. Questa storia, somiglia molto a quella molto più breve di un altro tecnico paralimpico azzurro, Paola Grizzetti, mamma del canottaggio paralimpico italiano e non solo, paziente “costruttrice” del quattro con che al suo esordio a Pechino conquistò una medaglia d’oro leggendaria, accompagnata all’uscita dal nuovo corso federale di Giuseppe Abbagnale nel post paralimpiadi di Londra in cui aveva presentato la stessa barca ma con l’equipaggio più giovane dell’intero parco partenti. Anche in quella storia il successore prescelto fu un tecnico a digiuno di paralimpismo con l’evidente risultato di un settore povero di numeri e ancora alla ricerca di una sua concreta identità. Nel frattempo Paola Grizzetti è diventata responsabile del pararowing mondiale, commissario tecnico delle nazionale israeliana con la quale ha vinto due medaglie nelle ultime due paralimpiadi e responsabile tecnico della Canottieri Lugano in crescita di numeri e qualità…